Un’altra idea di salute, di Stefania Consigliere

Un’altra idea di salute, di Stefania Consigliere
(estratto da Nunatak n. 62, autunno 2021)
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«…Anche in questo numero parleremo di salute e di cura. La volta scorsa l’abbiamo fatto da un punto di vista molto concreto, attraverso le parole di un’infermiera “bandita” dalla sua professione semplicemente perché ha continuato a curare la gente invece di abbandonarla a se stessa, così dimostrando nei fatti (ecco il suo “crimine” più grande) che un’alternativa alla “vaccinazione” di massa esiste eccome. Questa volta abbiamo voluto riprendere la questione ma “allargando lo sguardo”. L’abbiamo fatto con l’intervento di un’antropologa, Stefania Consigliere, nel quale viene affrontata l’idea di salute oltre gli stretti recinti della scienza medica occidentale e la squalifica da parte di questa di ogni altro approccio. È un invito a ripensare concetti quali salute, malattia, identità, individuo/collettività, concetti che troppo spesso diamo per scontati – anche in ambienti “di movimento” – nella prospettiva di dotare anche il nostro immaginario di strumenti di resistenza di cui c’è oggi più bisogno che mai…».

(dall’Editoriale di Nunatak, n. 62)

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Che si governi meglio in epoca di paure non è una gran novità: le grandi incertezze alimentano soluzioni perentorie, si auspica l’arrivo di figure provvidenziali a cui delegare il proprio presente. Chiuso ogni spazio per il dubbio, il dibattito e il confronto, resta solo la massa, compatta e rassicurante nella propria omogeneità. Così sono iniziati molti totalitarismi moderni, da Napoleone a Mussolini, almeno in Europa, con una adesione volontaria attraverso il suffragio universale.
Le dittature non nascono da un giorno all’altro, dovremmo averlo imparato.
Eppure la storia si ripete, inesorabilmente, passo dopo passo, si sprofonda nelle stesse dinamiche… altro che «imparare dagli errori del passato»!
Sciopero e diritto di manifestazione trasformati in pericolo sociale (il contagio!), censura (ottenuta con un decennio di politiche di controllo sui social e la cancellazione commissariale delle pagine web), radiazione dall’ordine per le voci non allineate (qualcosa che sta diventando una vera e propria epurazione, soprattutto per i medici), concentrazione delle proprietà editoriali di giornali e televisioni, coprifuoco, libertà di associazione e incontro negate, accesso ai luoghi pubblici e mobilità limitate, vietate e tracciate attraverso strumenti di controllo digitali e individuali, concentrazione della ricchezza, corsa all’accaparramento delle risorse… Da un lato, lo strapotere di oligarchie economiche incontrastate, dall’altro, in una fittizia contrapposizione, la propaganda nazionalista verso improbabili autarchie rette da oligarchie “nostrane”.
Il tutto con il plauso generalizzato di gran parte della popolazione, che in meno di un anno è passata dal chiedersi «ma dove stiamo andando?» a riversare la propria frustrazione sul nemico “no vax” appositamente costruito dalla propaganda. Questa specie di subumano “vittima della propria ignoranza”, “superstizioso e antiscientifico”, una figura macchiettistica, dipinta intercambiabilmente ora come “estremista violento” e “pericoloso terrorista”, ora come minus habens che andrebbe “escluso dal consesso sociale” e “dalle cure mediche”, o sottoposto a un bel Trattamento Sanitario Obbligatorio.
Tra le macerie di tutte le ideologie, ci chiediamo come si possa ancora credere a una qualche soluzione di tipo nazionale. Evidentemente, frustrazione e impotenza si sposano bene con il mito dello Stato nazione forte e sovrano, entità da evocare contro… i “poteri forti”! Come più volte ripetuto nella nostra rivista, non solo lo Stato nazione non è una soluzione, è esso stesso il problema. Gli Stati – in Italia come in Cina o negli Usa – reclamano i nostri corpi, per colonizzarli, così come hanno colonizzato e devastato buona parte del pianeta che ci ospita. Anche se sarebbe un best seller letterario, una suggestione per un novello pendolo di Foucault, non esiste alcun “oscuro complotto”, né contro una presunta identità nazionale, né contro la natura umana (che cosa sarà mai questa “natura umana”?): siamo di fronte al risultato dell’adesione volontaria di ciascuno a un sistema economico e sociale a cui i più hanno creduto, perché, per qualche decennio, almeno da queste parti, ha garantito un certo benessere.
Oggi questo benessere scricchiola, e la paura fa novanta… è tempo di capri espiatori. Il complottista che dà la colpa a qualche entità superiore, a qualche gruppo occulto che trama nell’ombra, invece che al sistema economico politico a cui ha aderito finché gli è parso conveniente, non è che la punta dell’iceberg. Un iceberg alla cui base c’è un’intera società, impaurita e aizzata ad arte contro il nemico di turno: dall’immigrato che assedia la fortezza dall’esterno, al disfattista “no vax” o “no pass” che rompe la compattezza del fronte interno.
Ma mai come ora dovrebbe essere evidente che il problema non è un sistema governato male ma un sistema da cambiare, che i rattoppi non tengono e le riforme hanno ben poco da riformare. O si esce dal capitalismo (di cui fa parte anche il “comunismo” cinese, sia chiaro) o esso ci trascinerà nel suo disastro annunciato.

ll lasciapassare sanitario, il cosiddetto “green pass”, dopo un iniziale momento di sbigottimento, è stato accettato non solo dalla maggioranza delle persone, ma anche da coloro che, pur non volendolo, non potevano permettersi di perdere il lavoro. L’apparato propagandistico ha funzionato alla grande, instillando incertezze e ricatti, e condizionando facilmente ampi strati di popolazione. Chi ha deciso di resistere fino in fondo ha anche messo in conto che il lavoro lo potrà perdere.
E allora come fare? L’eliminazione del green pass è una battaglia che si gioca sull’immediato, perché pochi possono permettersi di essere sospesi dal lavoro a lungo. La parcellizzazione non sembra permettere grandi battaglie nei luoghi di lavoro… ci si sente in pochi.
Contemporaneamente la protesta ha preso spazio nelle strade con cadenza regolare. Raggruppamenti di scontenti dalle diverse provenienze hanno iniziato a trovarsi, confrontarsi e finalmente mettere in discussione la quotidianità insopportabile della gestione militaresca della pandemia, con tutte le difficoltà del caso, non ultime quelle poliziesche. Mancando una pratica comune, sia lavorativa che esperienziale, ci si ritrova nelle piazze un po’ spaesati, come dei marziani, faticando a conoscersi e comprendersi, e non mancano approfittatori che cercano di tirare acqua al proprio mulino.
Sono però nati anche percorsi di reciproco aiuto e di autorganizzazione, soprattutto in ambito extraurbano. Reti locali che cercano di tamponare i bisogni effettivi nati dall’esclusione sociale da alcuni servizi, scuola e sanità per prime. La montagna ci viene incontro, sia per l’esperienza di autonomia delle genti che l’hanno storicamente abitata e la abitano tuttora, sia per le possibilità concrete di spazi autogestibili. Non a caso, chi da tempo si è posto la questione dell’autogestione della propria vita, sia dal punto di vista alimentare che sanitario, non ha avuto dubbi nel criticare l’istituzione sanitaria sin dall’inizio della pandemia. Non si tratta soltanto di mettere una toppa alla mancanza di servizi, si tratta di ribaltare una situazione di debolezza e di ricatto, trasformandola in una occasione – che può essere anche gioiosa – di sperimentare e coltivare condivisione e autogestione.
Le comunità resistenti e le reti di solidarietà non sono la soluzione, ma sicuramente un passaggio interessante, perché solo la capacità di soddisfare in autonomia le proprie esigenze permette di non essere ricattabili. Senza autonomia non c’è libertà, lo diciamo sempre, aggiungendo che la libertà va difesa. Non c’è Costituzione o diritto che ci difenderà dall’offensiva in atto: aver ragione non basta se non sapremo difenderci da soli.

Anche in questo numero parleremo di salute e di cura. La volta scorsa
l’abbiamo fatto da un punto di vista molto concreto, attraverso le parole di un’infermiera “bandita” dalla sua professione semplicemente perché ha continuato a curare la gente invece di abbandonarla a se stessa, così dimostrando nei fatti (ecco il suo “crimine” più grande) che un’alternativa alla “vaccinazione” di massa esiste eccome. Questa volta abbiamo voluto riprendere la questione ma “allargando lo sguardo”. L’abbiamo fatto con l’intervento di un’antropologa, Stefania Consigliere, nel quale viene affrontata l’idea di salute oltre gli stretti recinti della scienza medica occidentale e la squalifica da parte di questa di ogni altro approccio. È un invito a ripensare concetti quali salute, malattia, identità, individuo/collettività, concetti che troppo spesso diamo per scontati – anche in ambienti “di movimento” – nella prospettiva di dotare anche il nostro immaginario di strumenti di resistenza di cui c’è oggi più bisogno che mai. E a proposito di strumenti di resistenza, quasi a raccogliere l’invito lanciato dall’articolo precedente, arriva dall’Appennino toscano lo scritto di alcuni “erboristi clandestini”: una rivendicazione della millenaria pratica di raccogliere, preparare e utilizzare i prodotti erboristici al di fuori delle regole imposte dalle multinazionali del farmaco e dagli organi ufficiali. Riguardo al tema dell’autonomia, parleremo di autorganizzazione, autosufficienza e delle difficoltà a loro connesse, così come sviluppate quest’estate in un incontro a cui alcuni nostri redattori hanno partecipato (progetto Taifas, a Patrasso, Grecia).
La recente impennata del prezzo del legno sui mercati, poi, ha fornito lo spunto per parlare di questa risorsa, delle dinamiche geopolitiche connesse, e soprattutto delle sue ricadute locali, in particolare nei territori montani, dove riprende attualità (se mai l’aveva perduta) una conflittualità dal sapore antico, quella tra l’accaparramento privato delle risorse, da una parte, e l’uso di beni comunitari da parte delle collettività locali, dall’altra. Sempre a proposito di sfruttamento delle risorse, parleremo del ritorno dell’estrattivismo in Europa – conseguenza delle nuove politiche energetiche cosiddette “green” –
con il progetto di una miniera di titanio sul monte Beigua (Savona).
Prosegue poi la storia del Movimento Autonomista Occitano (MAO), e in questo numero in particolare di “Ousitanio vivo”, la rivista di cui si dotò il movimento negli anni Settanta. Si tratta della seconda di tre puntate, a cura del nostro redattore valvaraitino Lele Odiardo, che ci porta a confrontarci con un movimento che, se su alcune posizioni ci trova senza dubbio distanti, al tempo stesso fornisce stimoli interessanti in quanto molti dei problemi che si trovarono ad affrontare mezzo secolo fa non sono diversi da quelli che ci troviamo di fronte oggi.
Non manca qualche consiglio pratico per chi si troverà, vista la stagione, alle prese con carri di legna e simili… augurando a tutti di stare in salute, in buona compagnia e all’aria aperta… e di praticare la libertà, se possibile, perché soltanto praticandola saremo disposti a difenderla.