EDITORIALE – Nunatak n. 57, estate 2020

Il linguaggio costituisce da sempre un “bottino di guerra” che i vincitori della storia hanno fatto proprio come strumento di dominio sulla società. Gli sconfitti, da parte loro, hanno sempre teso a linguaggi propri, codici di riferimento altri, frammenti di un alfabeto che si dibatte per strappare la propria legittimità ad esistere. Perché il linguaggio non si limita a interpretare o a rappresentare la realtà, nel farlo le dà una forma, le dà senso, esprime una visione del mondo. Perciò il linguaggio è un campo di battaglia che non si può disertare.


Questo numero di Nunatak comincia proprio con un articolo (A carte scoperte. Critica della cartografia) di riflessione critica su un particolare tipo di linguaggio, quello cartografico. Le cartine geografiche sono strumenti di uso quotidiano, in particolare per chi frequenta la montagna, eppure non sempre ci rendiamo conto del marchio profondo che ogni rappresentazione del territorio porta in sé. Mappare uno spazio è a tutti gli effetti un processo determinato da dinamiche di potere. Lo è oggi con le mappe multimediali ricavate dal satellite, lo era un tempo con le rotte commerciali e le carte militari disegnate a mano.
La rappresentazione di un territorio non è la semplice lettura di una realtà data, ma un campo di battaglia in cui si scontrano visioni diverse, soggetti e interessi contrapposti, modi di abitare e di convivere. È un conflitto che attraversa la storia dell’umanità.
Se sia possibile oggi una cartografia altra, da contrapporre a quella del dominio, è un problema aperto. Quello che è certo è che c’è bisogno di incrementare una visione del mondo che – sia nella sfera dell’immaginario che nella pratica quotidiana – possa fornirci la forza di resistere al baratro in cui il “progresso” ci sta scaraventando a ritmi sempre più serrati. La fatica che facciamo a immaginare vie di uscita non è che il riflesso della fatica che facciamo a praticare percorsi concreti di liberazione e di autonomia che non rimandino sempre al domani.
I roghi delle streghe – come emerge in questa seconda puntata dello scritto di Michela Zucca, I fuochi nelle Alpi – furono una vera e propria arma di guerra condotta contro le strutture comunitarie di una società contadina refrattaria a cedere i propri tempi, i propri spazi, i propri corpi, alla modernità capitalista. Dalle fiamme delle rivolte contadine medievali fino ad arrivare ai più recenti attacchi incendiari contro tralicci e centrali, le popolazioni rurali e montanare hanno combattuto una guerra secolare per difendere le proprie risorse, forme organizzative e diritti d’uso consuetudinari.
Che le linee tracciate su una carta non siano innocue, lo sa bene chi vive a ridosso di una linea autostradale o ferroviaria, di un elettrodotto o di una diga, come quelle che un modello di sviluppo ormai palesemente insostenibile si ostina a voler realizzare nei monti del piacentino (come ricostruito in Progresso e sviluppo? Dighe in Val di Nure!). Come lo sa chi vive nei pressi di una frontiera e ancor più chi si trova a doverla attraversare senza il giusto documento (nell’articolo La frontiera occidentale, troverete un breve resoconto della situazione sul confine italo-francese in Alta Valsusa e un aggiornamento sulle lotte in corso). Nelle Alpi del resto sanno bene cosa significa una riga sulla carta le generazioni di contadini che da un giorno all’altro sono state mandate al macello a combattere i propri vicini diventati improvvisamente nemici semplicemente perché dall’altra parte del confine. Sembrano discorsi lontani, ma purtroppo gli ultimi mesi ci hanno mostrato come la retorica nazionalista e xenofoba non si sia mai spenta e trovi anzi sempre nuova linfa in folle solitarie impaurite e teleguidate.
E proprio l’articolo Forestiers a nos, in ricordo di Claudio Salvagno, ci ricorda quanto la difesa della propria lingua, e in generale delle culture locali e minoritarie, non siano sinonimo di contrapposizione e di chiusura, come talvolta accade, ma possano anzi essere il punto di partenza per uno slancio «al di là delle vallate, al di là dei confini, un respiro profondo, desideroso di viaggiare in libertà, sempre cosciente di avere una casa dove poter tornare».

Riprendendo, come facciamo spesso, l’enorme bagaglio di esperienza lasciatoci dalla lotta partigiana, abbiamo voluto in questo numero pubblicare l’articolo Il servizio sanitario partigiano in Piemonte. È un racconto fatto in prima persona dal medico/partigiano che si assunse il compito di creare e gestire un sistema di assistenza medica in un territorio liberato, seppur sempre in una situazione precaria ed emergenziale. Pur con le enormi differenze rispetto ad oggi, è un’esperienza che crediamo possa stimolare utili riflessioni rispetto all’attuale situazione di emergenza sanitaria, di spossessamento dei saperi e delle competenze, e di bisogno di ripensare un sistema di cura non-statale e non-centralizzato.
Nei mesi passati infatti, la fase acuta dell’epidemia di coronavirus e il conseguente stato d’eccezione e di blocco hanno tra le altre cose evidenziato la debolezza e l’impreparazione proprio nell’elaborare una visione del mondo altra, una possibilità, anche solo teorica, di un’altra geografia contrapposta a quella del potere. Perché è evidente che non c’è soluzione possibile nell’attuale assetto territoriale e, se si vogliono affrontare le cause profonde che ci hanno portato nel baratro in cui siamo, va messo in discussione radicalmente il modo di vivere, di abitare, le forme di insediamento umano, di produzione e distribuzione del cibo, di cura… è la geografia del territorio che va rovesciata. Il territorio infatti, in quanto prodotto dell’interazione tra gli esseri umani e l’ambiente, non è un semplice supporto da studiare sulla mappa. Il territorio non è solo il campo di battaglia, è la posta in gioco.
Oggi più che mai è necessario riflettere su come riuscire a rompere le dipendenze e i ricatti che ci incatenano al sistema, evitando però il rischio sempre presente di rinchiuderci in ghetti autoreferenziali.
Il progetto della “Libera Crota” (“Libera Cantina”, in piemontese), nel suo piccolo, prova ad andare in questa direzione, mettendo insieme competenze, energie, risorse, per far fronte ai bisogni quotidiani in un’ottica di autoproduzione e in una dimensione comunitaria e di sostegno alle lotte. Il suo racconto su queste pagine (vedi l’articolo La vis a pusa mentre ’l vin a musa) vuole essere uno stimolo al confronto tra le realtà già esistenti e una spinta al sorgerne di nuove.

Dotarsi di una geografia propria non equivale al semplice contrapporsi alle mappe imposte; forse significa superarle, sicuramente è un sapere da inventare. Leggere in prima persona i luoghi, sapere con chi e con che cosa abbiamo a che fare ogni giorno, rispettarne le caratteristiche, comprendere le modalità con cui interagire, dotarsi di strumenti efficaci. Avere i sensi attenti per cogliere un guizzo o un’inaspettata forma di solidarietà e complicità nel “non rappresentato”. Una propria geografia significa anche fare il novero delle possibilità reali che abbiamo, in modo da capire fin dove potremo permetterci di spingere avendo terreno sotto i piedi e da che punto in poi occorrerà attrezzarsi per volare.
Se una cosa si è potuta rilevare in maniera limpida durante lo scorso “momento Covid” è che le testimonianze raccolte in più contesti ci parlano di vissuti e considerazioni difficilmente valutabili al di fuori delle esperienze che le hanno generate. Fatto sta che chi è riuscito a riorganizzarsi per tempo entro questo nuovo contesto, riconsiderando anche solo in parte le proprie geografie e traiettorie, ne ha tratto qualcosa di nuovo, di inatteso sotto certi aspetti. Il risoluto spostamento, la non interruzione dei canali di discussione e comunicazione rispetto a quello che stava avvenendo e sarebbe potuto accadere nell’immediato futuro, al di là di ogni giudizio di valore, permette di farsi trovare maggiormente pronti per le sfide che seguono. Nel frattempo si sono moltiplicati spazi e momenti di incontro per condividere visioni e pratiche messe in atto da molte realtà nello stesso momento, apprenderne i princìpi, pensare a come poterle affinare. La possibilità di una riedizione di tutto ciò è tutt’altro che improbabile.
D’altra parte i confini si rafforzano e acquistano legittimità in funzione di un loro uso preventivo alla diffusione del virus. Il piano varato per le grandi opere promette di portare a termine 130 infrastrutture di grandissimo impatto, alla faccia di quando in “epoca Covid” ammiravamo la magia del polpo nel Canal Grande. A breve verranno definiti i termini per una delle operazioni di rifinanziamento dei mercati UE più costose mai adottate. Non è difficile prevedere su chi verranno scaricati i costi di tutto ciò, un po’ più difficile è capire come cominciare da subito ad opporsi. Ma questa è la strada.
Occorre forse riconsiderare ulteriormente le nostre geografie anche in previsione di ciò. Pensare a come rafforzare la solidarietà interna alle comunità offrendo risposte che prescindano dal sistema del denaro e dalle mappe utilizzate finora. Attrezzarci non solo per sopravvivere da individui ma per esistere e resistere anche come territori.