Nunatak n.54-55, autunno-inverno 2019-2020 EDITORIALE

Come i nostri lettori più affezionati e attenti avranno notato, questo numero di Nunatak esce con un certo ritardo. Ce ne scusiamo. Ci siamo presi due stagioni di pausa editoriale, un po’ di tempo per ragionare sulle molte questioni che ci si pongono in un contesto che, dopo quasi quindici anni di pubblicazioni, è ovviamente cambiato. Qual è “la montagna” oggi? Che tensioni e cambiamenti vive e cosa la contraddistingue? Cosa troviamo ancora in questo spazio di “relativa libertà” come l’abbiamo sempre chiamato, e quali potenzialità di sperimentazione e di lotta conserva? Qual è il nostro ruolo, quello di una pubblicazione cartacea trimestrale in un mondo sempre più veloce e iperconnesso “H24”? Quali cose ci interessa ancora esplorare e quali solleticare? A cosa e a chi rivolgiamo il nostro sguardo? Chi, oltre a noi, sente questo strumento come uno spazio anche proprio? Come eventualmente estenderlo e condividerlo? Queste, insieme a molte altre, le domande e le questioni sul tavolo, che abbiamo iniziato a sbozzare e di cui, in parte, comincerete a trovare traccia negli articoli di questo numero. Articoli che si intrecciano tra loro, seguendo piste che divergono e si incrociano, come le tracce dei selvatici nei pascoli abbandonati.

Il primo articolo che incontrerete è il frutto di una chiacchierata con Roberto Schellino, fatta a margine di una presentazione del suo libro Mille contadini, con il quale abbiamo voluto riflettere in una maniera, crediamo, abbastanza inusuale sulla “questione immigrazione”, che nel suo caso si intreccia strettamente con il territorio, la Valle Stura, e i progetti di agricoltura di comunità. Seppure sia un’esperienza piccola, sicuramente marginale rispetto alle dimensioni dei grandi flussi, ci è sembrato interessante riportare una vicenda che non nasce “per i migranti”, ma per rafforzare la propria comunità e, nel momento in cui in quella comunità si trovano a passare (perché di passaggi si tratta) anche dei ragazzi stranieri, si propone loro di partecipare. Non è il racconto di una bella storia a lieto fine, come talvolta capita di sentire, magari come contraltare a una narrazione dominante per cui l’immigrazione è solo una fonte di problemi. è una riflessione lucida, concreta, a tratti amara, sui problemi come sulle potenzialità, sulle prospettive come sulle difficoltà incontrati. Con la consapevolezza che ha poco senso parlare di “accoglienza” se non ci si pone il problema di come ricostruire e/o difendere un tessuto (sociale, comunitario, di vicinato, amicale, chiamiamolo come vogliamo) in cui vivere noi stessi, nelle nostre vallate, dotandoci di strumenti e rapporti di mutuo aiuto, magari evitando di farsi sfruttare per paghe ridicole, costretti a lavori spesso insensati o che addirittura deturpano o impoveriscono i luoghi in cui abitiamo.

È in quest’ottica che nasce anche l’articolo successivo, Montagna come periferia: uno sguardo che indaga un territorio – in questo caso due vallate della provincia torinese – cercando di uscire dall’idea astratta della “montagna”, per cogliere le differenze e le specificità che segnano ogni territorio e i modi di viverci, di lavorarci, di studiare, e dunque indagandone innanzitutto il tessuto economico e produttivo. Non è certo un’inchiesta esaustiva, che richiederebbe ben altri e più ampi spazi; è in un certo senso l’indicazione di un percorso da esplorare, qualcosa che non possiamo ignorare se vogliamo poter intervenire, incidere e magari anche trasformare ciò che ci circonda.

Nella stessa ottica abbiamo pubblicato una intervista/chiacchierata fatta con due amici di ritorno dalla stagione della vendemmia, in questo caso nella Svizzera italiana. Sono molti, sempre di più negli ultimi anni, coloro che periodicamente, in maniera più o meno occasionale, si trovano a fare lavori stagionali nel settore agricolo, spesso emigrando in altri Paesi, spesso a contatto con altri lavoratori stranieri, e crediamo sia importante chiederci come si stia ridefinendo questo settore fondamentale e soprattutto confrontarci con gli scenari che si possono aprire in termini di possibilità, di lotte, di contrattazioni, ecc.

Il signor Paul, distillatore ambulante francese, raccontandoci la sua esperienza, ci fornisce alcuni spunti di riflessione a proposito di un altro degli elementi che incidono pesantemente sulle attività lavorative nelle terre alte. Si tratta delle norme, delle prescrizioni, dei controlli, dettati da quegli apparati di burocrati che i francesi definiscono «tecnocrati fuori-suolo»), siano essi europei, statali o regionali. Il risultato – più o meno intenzionale – è ovunque quello di mettere i bastoni tra le ruote ai piccoli produttori, contadini, artigiani, allevatori, ecc., spesso fino al punto di costringerli ad abbandonare l’attività. Mentre scompaiono o diminuiscono i servizi pubblici, gli uffici postali, le scuole, gli ospedali, il trasporto locale (in particolare nelle aree marginali extraurbane), quello che non scompare affatto è la presenza poliziesca, il controllo fiscale, il drenaggio delle risorse (lo Stato in crisi si riduce alla sua essenza: gli sbirri sono gli ultimi ad andarsene!). è una questione ben nota, e i burocrati di Bruxelles, o di Roma, godono del meritato disprezzo e ostilità. Ma al di là delle (più che giuste) lamentele, crediamo sia urgente e vitale ragionare su come reagire. Come dice il signor Paul in conclusione dell’intervista: «Più cercheranno di rinchiuderla, di controllarla, più la gente cercherà vie di fuga…». Se affrontata in maniera collettiva e creativa, la clandestinità in cui gli Stati stanno gettando la gente ai margini può trasformarsi in un’opportunità, la marginalità può convertirsi in “spazio di libertà”, lo sconforto può ribaltarsi in determinazione: «Abusivi di tutto il mondo, uniamoci!».

Nell’articolo Quelli che il lupo, Irene Borgna affronta la spinosa questione del rapporto e della convivenza tra lupi e umani. Oltre a ricostruire come e perché il lupo sia tornato a bazzicare dalle nostre parti, l’autrice, da antropologa, spiega come sul lupo – con il quale gli umani hanno un ambivalente rapporto millenario – si sia stratificato tutto un apparato simbolico che lo ha reso, suo malgrado, una sorta di animale totemico: incarnazione di volta in volta di libertà, fierezza e del mondo selvaggio, oppure di ferocia, perfidia, bestia immonda e nemico pubblico da abbattere. Tutto ciò, fondamentalmente, perché il lupo ci somiglia, ci interroga, e proprio perciò ci fa paura. Di fronte alla polarizzazione che ciò ha creato nelle nostre valli, al muro contro muro tra quelli che il lupo lo vogliono difendere e vederlo (da lontano) trionfare libero e selvaggio sulle macerie della civiltà pastorale, e quelli che il lupo vorrebbero sterminarlo fino a vedere estinguersi l’ultimo esemplare, l’autrice cerca di intravedere e suggerire delle possibilità di convivenza. Lo fa partendo da una posizione – che senz’altro non è la nostra, e che lei stessa definisce «scomoda, per usare un eufemismo» – che è quella di chi si è trovata a lavorare nell’àmbito della comunicazione del progetto Life WolfAlps, «Il lupo sulle Alpi». Si potrà essere d’accordo o meno sull’impostazione e sulle proposte suggerite dall’autrice, che lei stessa definisce un po’ “provocatorie”; quello che senza dubbio è stimolante è il tentativo di disertare schieramenti prefissati per uscire da un’impasse che non giova a chi in montagna ci vive e ci lavora, i pastori innanzitutto. Il dibattito è aperto, insomma. Non è un caso che anche i nostri “fratelli e sorelle d’Oltralpe”, che pubblicano Nunatak in francese, ospiteranno sul loro prossimo numero un articolo sul lupo, a ulteriore conferma di quanto il tema “smuova le viscere”. Ci farà piacere se sarà l’occasione di innescare un confronto e uno scambio di vedute a cui invitiamo anche i nostri lettori a partecipare.

L’articolo su Hasankeyf – progetto di cui abbiamo già parlato in passato – ci aggiorna sullo stato della diga di Ilisu e, più in generale, del progetto GAP, il sistema di dighe e centrali con cui la Turchia si sta appropriando delle acque che dalla catena montuosa del Tauro (nel sud-est dell’Anatolia) scorrono verso Siria, Iraq, Iran, Kuwait, per sfociare nel Golfo Persico. Può sembrare una vicenda secondaria in questo momento, in cui l’esercito turco e le milizie sue alleate stanno attaccando i popoli della Siria organizzatisi nella Federazione democratica della Siria settentrionale, per stroncare l’esperienza rivoluzionaria in corso da ormai otto anni. Certo i cannoni e i bombardieri fanno più rumore, uccidono con più clamore, anche mediatico, ma è importante notare come tutto rientri in un’unica guerra, quella che Erdogan sta conducendo in Mesopotamia e Medio Oriente, una guerra che oltre ai momenti di escalation militare, si concretizza nella quotidiana battaglia per il controllo delle risorse. In Medio Oriente comanda chi ha il monopolio dell’acqua, oggi ancor più del petrolio (Israele docet).

A proposito di grandi opere, un breve aggiornamento a cura di RadioNoTav riassume “a che punto siamo” rispetto ai lavori del Treno ad Alta Velocità in Valsusa. Il nauseabondo teatrino della politica degli ultimi mesi dovrebbe, se non altro, aver chiarito una volta per tutte – si spera! – che, come dicono i curdi (si parva licet…) «abbiamo un solo amico: le montagne». Tutti i segnali dicono che è tempo di “rimettere gli scarponi”. Questo breve aggiornamento tecnico è un primo sguardo di ricognizione necessario a farsi un’idea di dove andare.

In territorio sloveno, sulle Alpi a ridosso del confine italiano, ha avuto luogo l’esperienza di Franja, un ospedale clandestino che nei lunghi mesi della guerriglia partigiana ha risposto all’esigenza di dotarsi di luoghi stabili e attrezzati per la cura dei feriti. Riprendere in mano la storia della resistenza antifascista, di chi ha combattuto sui nostri monti, spesso – checché ne dica certa retorica – nell’isolamento e tra mille impedimenti e difficoltà, ha per noi un’importanza enorme, come abbiamo sempre affermato su queste pagine. Non certo per museificare o esaltare un passato lontano, ma al contrario perché c’è sempre qualcosa da imparare nelle azioni di chi ci ha preceduto (soprattutto dove – come nella guerriglia in montagna – il territorio è un protagonista implacabile). Parafrasando Mahler potremmo dire che «la memoria è la custodia del fuoco, non l’adorazione delle ceneri». E quel fuoco merita più che mai di ardere ancora, perché quel passato non è affatto passato, non sono scomparse le frontiere né i nazionalismi escludenti, le guerre fratricide e i lager, anzi. Anche per questo abbiamo voluto pubblicare, in calce all’articolo di Stecco, il comunicato dal carcere con cui lui e gli altri compagni e compagne detenuti per l’operazione “Renata”, affermano con forza la volontà e la necessità di non restare inermi né impassibili, di non farsi «né zittire né trascinare nel fango della barbarie».

In chiusura, abbiamo voluto pubblicare un omaggio a Tavo Burat (Gustavo Buratti) del quale in questi giorni ricorrono i dieci anni dalla morte (17 dicembre 2009). Oltre a essere stato il direttore di questa rivista, Tavo è stato per noi soprattutto un maestro, davvero. Ci ha insegnato tantissime cose: le chiacchierate fatte con lui e gli scritti che ci ha lasciato sono davvero una miniera di sapere. Ma soprattutto ha saputo trasmetterci una modalità di approcciarci al sapere, fuori dagli schemi e dai pregiudizi. Grazie Tavo, ci sentiamo onorati di provare a continuare, a modo nostro, la tua “buona battaglia”.