Nunatak n. 53, inverno 2018-2019 EDITORIALE

Ancora cerchiamo parole. L’infida neolingua mainstream, oggi più che mai si avvale di mille suggestioni per deformare la percezione della realtà e rinominarla. Uno degli impegni che ci diamo, scrivendo, è quello di cercare le parole giuste per descrivere gli avvenimenti. Trovarle, vuol dire scegliere una interpretazione del mondo intorno che ci convinca, che ci accompagni nell’agire. La “piattaforma” che abbiamo scelto, la carta stampata, non si invia via web ma passa di mano in mano, ci sforza a popolare il qui ed ora dove viviamo, mentre cerchiamo di distruggere e ricostruire, non solo con le parole, i rapporti vigenti tra gli esseri umani e tra questi e il mondo di cui dovrebbero sentirsi parte.
Le parole, le definizioni che Tv e giornali coniano a piè sospinto creano una loro realtà, non sono mai neutre come non lo sono le nostre, rispecchiano un punto di vista e quindi una visione del mondo. La ricerca di nuove parole, e di conseguenza nuovi concetti, è un obiettivo fondamentale della cultura egemonica attuale, la quale non ammette un “fuori” e un “contro”. È il pensiero unico, che vorrebbe essere l’unico modo titolato a stare al mondo.
Sulla ridefinizione della realtà, attraverso il lavorio costante dei padroni della parola, si gioca una battaglia esemplare, in quel delle Alpi piemontesi. Si tratta sempre della questione Tav, ma questa volta non è la solita criminalizzazione, o la fantasiosa ricostruzione di avvenimenti per colpire la lotta. C’è un cambio tattico del sistema di potere che questa volta sembra abbia preso l’iniziativa strategica, per creare consenso intorno a sé e ai suoi progetti, invertendo i ruoli come fosse una “minoranza agente”. Gioca sulle sensazioni e sull’immaginario, consapevole che, a livello tecnico ed economico, le analisi contro il Tav sono inconfutabili. Ecco, questo, come capacità di influenza, di penetrazione nel sentire comune, nel formare “opinione”, ci sembra particolarmente significativo. Ora i media si fanno portavoce delle “piazze”, dove le serrate padronali diventano “manifestazioni” di malessere popolare. Niente di nuovo, per carità: tanti hanno ricordato la famosa “marcia dei quarantamila”, ma ciò che è nuovo non è la distorsione delle parole o l’uso dei media, ma il controllo dei social. Quei social, che solo qualche anno fa a molti sembravano strumenti di libertà di espressione, alla base di rivolte popolari intorno al Mediterraneo, ora mostrano tutta la loro potenza nell’orientare la “opinione pubblica”, saldamente in mano al nemico.
Fate un giro sul web: il no alla devastazione diventa sì all’Italia che va avanti, il no all’espansione della competizione capitalista diventa sì al lavoro, il no alla subordinazione del territorio montano ai corridoi merci dei centri industriali diventa “lasciate vivere noi” della borghesia cittadina, il no agli interessi dei pochi, sì al “bene comune”, il vecchio e fastidioso no tout court, diventa il sì al nuovo, al progresso, alla vita spensierata. Di fatto un corporativismo progressista, dove si nascondono gli interessi dei grandi gruppi industriali, bancari e speculativi dietro ai desideri creati per il popolino, nuovi giocattoli per dimenticare la noia di una vita sempre più di merda. Categorie morali, sogni, suggestioni, fede nel progresso e suprematismo urbano alimentati da un potente apparato di propaganda di cui i social sono ormai strumento insuperabile.

Una ridefinizione della realtà che interviene anche a ritroso, creando una narrazione del passato ad uso delle sue prospettive totalizzanti sul presente e sul futuro. Basti pensare all’apparato di propaganda che nelle scorse settimane si è messo all’opera con tutta la sua virulenza nella kermesse mediatico/istituzionale che ha accompagnato il rimpatrio in manette di Cesare Battisti. Una spettacolarizzazione del capro espiatorio, una celebrazione del risentimento forcaiolo e della tortura della vittima sacrificale, fomentati da un diluvio di sparate sensazionalistiche e false informazioni, il tutto in nome del popolo italiano, “di ogni posizione politica”, finalmente compattato in nome all’agognata vendetta di Stato.
Una manipolazione storica fatta di omissioni delle ragioni della violenza nel contesto di un conflitto in cui lo Stato, i padroni e i loro tirapiedi fascisti hanno compiuto stragi indiscriminate, hanno sparato nelle piazze, eseguito condanne a morte extra-giudiziarie, torturato e sepolto nelle carceri migliaia di donne e uomini in lotta perché oggi non ci ritrovassimo in questo schifo di società.
Una narrazione del “più forte” che mira, in funzione pedagogica, alla demonizzazione totale, senza possibilità di replica o dissenso, degli slanci di sovversione e di emancipazione che questo Paese ha vissuto meno di mezzo secolo fa. In quegli anni Settanta quando a poliziotti e secondini torturatori o a cittadini giustizieri dal grilletto facile capitava pure che una generazione ribelle riuscisse spesso e volentieri a tener testa e a presentare il conto.

Altra gerarchia semantica, che vorrebbe orientare ogni sguardo dalla prospettiva suprematista dei bianchi a capitalismo avanzato, è l’improprio ma interessato uso della parola “invasione”, ormai comunemente utilizzata nel campo dell’ecologia e della biologia. Per definire la diffusione o il volontario rilascio di specie alloctone, parassiti o infermità, troppo spesso si fa ricorso agli stessi termini propri del cameratismo nazionalistico. L’abuso della parola “clandestini” si spreca, per definire specie esotiche che cambiano il proprio areale di diffusione. Come sapete non crediamo che “siamo tutti uguali”, e anzi abbiamo sempre sostenuto che la ricchezza culturale risiede, per esempio, nelle diverse lingue locali e in quei tratti che uniscono e differenziano le popolazioni al di là di quello che dicono i confini ufficiali. Ma non per questo crediamo a “purezze” da difendere, confini attraverso cui vagliare l’accesso o a omogeneità di classe, di status, di genere all’interno di qualsiasi gruppo umano, stato, nazione o territorio.
Altra parola centrale, fortunata tag del discorso giornalistico e politico d’oggigiorno, è quella di “migrante”. Parola che può sembrare “meno peggio” di clandestino, di immigrato, di rifugiato e richiedente asilo, ma che è pur sempre strumentale e schierata. Chiedete a un migrante se si definisce tale: ovviamente no. Come chiunque altro nel mondo, si definirà per il nome, il luogo di provenienza, la lingua, la tribù, o come indigeno, contadino o altra qualifica propria. La visione incentrata sullo spostarsi, come se ciò comportasse una ridefinizione di sé stessi, è solo di chi guarda questo spostamento, non di chi lo compie. Lo spostamento non ridefinisce il soggetto: io sono io, anche se mi sposto, costretto o meno a farlo.
In questo senso si dovrebbe forse parlare, in mancanza d’altra definizione, di “migrantizzati”: persone, soggetti con le loro identità che, in modo del tutto strumentale, vengono definite, ridotte e incasellate indistintamente come migranti. Clandestini, riserva di manodopera per le imprese o l’agricoltura, manodopera costretta a vendere la propria forza lavoro senza nessuna forza contrattuale, funzionale alla “contrazione dei costi di produzione”, come dicono i tristi economisti.
Ma non solo. D’altra angolazione, il migrante diviene richiedente asilo o rifugiato, termine su cui si incardina un’economia definita “virtuosa”: anche qui, l’individuo è spossessato della sua personalità per diventare oggetto di integrazione, tramite il sistema dell’accoglienza. In maniera asimmetrica e necessariamente subordinata, egli viene guidato in un percorso dove dimostrerà l’accettazione, la condivisione e la riconoscenza verso i valori della società che lo accoglie.

Ma noi questi “valori”, questa società di sfruttamento, devastazione e autorità la combattiamo, non la vogliamo migliorare né umanizzare. Non riconosciamo la categoria del “migrante” tanto quanto quella del “clandestino” o del “rifugiato”. A loro, come a noi stessi, non auspichiamo né sfruttamento né integrazione, ma refrattarietà a questo sistema e, potenzialmente, la sua distruzione. Potenzialmente perché, oggi come oggi, si fatica a vedere un’idea di futuro desiderabile, e ci rendiamo conto che questo smorza conseguentemente il desiderio di distruggere il presente.
Le parole, in questa prospettiva, sono uno strumento essenziale per designare quel qualcosa che ancora non c’è: trovare le parole giuste ci può aiutare a immaginarlo meglio.
La montagna resta un territorio reale, materiale. È attraversabile, oggi come ieri o domani, ma al ritmo del passo del viaggiatore. Tempo e spazio qui non pongono un limite, semplicemente riacquistano la loro concretezza. Non ci rifugiamo in un altezzoso salotto, attaccati a riti ormai superati dai tempi, ma continuiamo il nostro viaggio con questa mappa stampata in mano: una mappa di parole, utile per orientarci non nell’evanescente mondo virtuale, ma in quello reale, solido, dove viviamo giorno dopo giorno.